Friday, June 29, 2007
dal libro di Davide
"Il vento spazzava le vie. queste vie deserte mi sembravano strane. non le avevo mai viste la mattina di un giorno di lavoro.più tardi mi sono seduto su una panchina di pietra e ho pianto.nel pomeriggio c'era il sole. piccole nuvole correvano nel cielo e la temperatura era dolce.sono entrato in un bistrot, avevo fame. il cameriere ha posato un piatto di panini davanti a me.mi sono detto: "ora tu devi tornare in fabbrica. devi tornarci, non hai alcuna ragione di interrompere il lavoro. sì, adesso ci ritorno".di nuovo mi sono messo a piangere e mi sono accorto che avevo mangiato tutti i panini.ho preso il bus per arrivare più in fretta. erano le tre del pomeriggio. potevo lavorare ancora due ore e mezzo.il cielo s'è coperto.quando il bus è passato di fronte alla fabbrica, il controllore mi ha guardato. più avanti mi ha toccato la spalla:- E' il capolinea, signore.il posto dove sono sceso era una specie di parco. alberi, qualche casa. era già notte quando sono entrato nel bosco.ora la pioggia era fitta, mista a neve. il vento batteva selvaggiamente sul mio viso. ma era lui, lo stesso vento.camminavo, sempre più veloce, verso una cima.ho chiuso gli occhi. comunque sia non vedevo niente. urtavo alberi ogni passo.- Un po' d'acqua!lontano sopra di me qualcuno aveva gridato.era ridicolo, c'era acqua dappertutto.anch'io avevo sete. ho lanciato la testa all'indietro e a braccia aperte mi sono lasciato cadere. ho affondato il viso nel fango gelato e non mi sono più mosso. è così che sono morto.presto il mio corpo si è confuso con la terra.-°-naturalmente, non sono morto. uno che passegiava m'ha trovato steso nel fango, nel bel mezzo del bosco. ha chiamato un'ambulanza, mi hanno trasportato all'ospedale. non ero congelato, soltanto zuppo. avevo dormito una notte nel bosco ecco tutto.no, non ero morto, avevo solo una broncopolmonite quasi mortale. sono dovuto restare sei settiane in ospedale. quando sono guarito dalla mia malattia ai polmoni mi hanno trasferito nell'ala psichiatrica, perchè avevo voluto uccidermi.ero contento di stare in ospedale perchè non volevo tornare in fabbrica. lì stavo bene, si occupavano di me, potevo dormire. per mangiare potevo scegliere tra diversi menù. potevo persino fumare nel piccolo salone. potevo fumare anche quando parlavo con i medici.- Non si può scrivere la propria morte.è lo psichiatra che mi ha detto così, e sono d'accordo con lui perchè, quando si è morti, non si può scrivere. ma, dentro di me, penso di poter scrivere qualunque cosa, anche se è impossibile e anche se non è vera. in genere mi accontento di scrivere nella testa. è più facile. nella testa tutto si srotola senza difficoltà. ma, una volta scritti, i pensieri si trasformano, si deformano e tutto diventa falso. a causa delle parole.dovunque mi trovi, scrivo. scrivo mentre vado verso il bus, scrivo nel bus, nello spogliatoio degli uomini, davanti al mio macchinario.il guaio è che io non scrivo ciò che dovrei scrivere, scrivo qualunque cosa, cose che nessuno può comprendere e che nemmeno io comprendo. la sera, quando ricopio quello che ho scritto nella mia testa durante la giornata, mi domando perchè ho scritto tutto ciò. Per chi, e per quale ragione?-°-Lo psichiatra mi domanda:- Chi è Line?- Line non è che un personaggio inventato. non esiste.- La tigre, il pianoforte, gli uccelli?- Incubi, nient'altro.- Lei ha cercato di morire per colpa dei suoi incubi?- Se avessi veramente cercato di morire sarei già morto. volevo soltanto riposarmi. non potevo più continuare la vita così, la fabbrica e tutto il resto, l'assenza di Line, l'assenza di speranza."...[to be continued]Tratto da "Ieri" di Agota Kristof
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